Antibiotici: cosa sono?

Antibiotici: cosa sono?

La parola “antibiotico” deriva dal greco e significa “contro la vita”: si tratta, infatti, di farmaci che l’uomo impiega allo scopo di debellare malattie di origine batterica che possono colpire la sua specie e, allo stesso modo, quella animale.

Gli antibiotici possono essere prodotti naturalmente oppure tramite sintesi artificiale e vengono classificati sulla base della loro attività, battericida (se uccidono il microrganismo) o batteriostatica (se arrestano la sua proliferazione), e in base allo spettro d’azione, ampio (se agiscono contro numerose specie batteriche) o stretto (se il loro impiego è mirato ad inibire in maniera specifica la crescita di una determinata specie batterica).

La loro applicazione corretta in medicina umana e in veterinaria ha permesso e permette tuttora di salvare la vita degli individui, evitando l’insorgenza o curando pericolose malattie; tuttavia, l’utilizzo sempre più spregiudicato di questa classe di farmaci ha portato alla ribalta diverse problematiche serie, riguardanti la nostra salute e la sicurezza alimentare. In particolare, la crescente preoccupazione riguarda la somministrazione di antibiotici negli animali da allevamento.

 

I diversi impieghi degli antibiotici in campo veterinario

 

Il principale impiego degli antibiotici in campo veterinario è quello terapeutico; ad alte dosi e per periodi di tempo relativamente brevi, essi si rivelano di primaria importanza nella cura di patologie di origine batterica molto diffuse tra le specie animali come le malattie dell’apparato respiratorio, le mastiti, le infezioni del tratto gastro-intestinale, le artriti e numerose altre.

L’utilizzo degli antibiotici nelle specie animali può essere anche di tipo preventivo; per evitare l’insorgenza di malattie infettive, infatti, essi vengono solitamente impiegati a basse dosi e per periodi di tempo prolungati.

Il motivo principale per cui questi farmaci si rendono indispensabili negli allevamenti è legato alla natura stessa di questi ultimi. Negli allevamenti intensivi, infatti, gli animali vivono in locali sovraffollati e sono sottoposti a grandi stress (poca possibilità di movimento, esposizione per periodi di tempo prolungati alla luce artificiale), in condizioni dunque completamente diverse da quelle che caratterizzano gli allevamenti all’aperto: gli animali sono perciò esposti ad un rischio di sviluppare e trasmettere malattie infettive notevolmente elevato. Inoltre, lo stress subìto dagli animali genera un abbassamento delle difese immunitarie e, di conseguenza, un cattivo stato di salute che rende indispensabile l’utilizzo degli antibiotici i quali, in condizioni di allevamento migliori, sarebbero completamente inutili a fine preventivo.

 

Allevamenti intensiviQuello intensivo è in assoluto l’allevamento meno rispettoso della vita e delle condizioni di benessere dell’animale

 

Tuttavia, esiste un ulteriore scopo per il quale gli antibiotici hanno trovato largo impiego in campo veterinario ed è quello di promuovere la crescita degli animali. Intorno alla metà del 1900, in Gran Bretagna e Stati Uniti, diversi studi hanno dimostrato che l’impiego di piccole dosi di penicillina e tetraciclina è in grado di facilitare la crescita di suini e polli. L’attività terapeutica e preventiva degli antibiotici unitamente a quella promotrice della crescita ha determinato un aumento massiccio del loro utilizzo: mantenere gli animali in buono stato di salute e, al tempo stesso, garantire efficienza nella crescita e di conseguenza alta produttività con maggiore produzione di carne, latte e uova si rivela vantaggioso sia per il produttore che non dovrà sostenere notevoli spese per la cura degli animali malati sia per il consumatore che avrà per lo stesso motivo la possibilità di acquistare i prodotti ad un prezzo competitivo.

 

Gli svantaggi nell’impiego degli antibiotici

 

Gli antibiotici impiegati in campo veterinario sono presenti in piccole quantità – definite residui – nei tessuti edibili dell’animale e pertanto possono, in diversa misura, impattare negativamente sulla salute umana.

A seconda della classe di antibiotici alla quale appartengono i residui, gli effetti tossici possono colpire organi come fegato e reni o compromettere l’integrità del nostro DNA (effetto mutageno), ma vi possono essere anche conseguenze negative per il sistema riproduttivo e immunitario, con fenomeni allergici o reazioni di ipersensibilità che possono causare eruzioni cutanee, dermatiti, asma, sintomi gastro-intestinali e shock anafilattico anche a basse dosi.

Ovviamente, per scongiurare questa serie di drastiche conseguenze, è indispensabile che i tessuti animali vengano sottoposti ad analisi per confermare che i residui di antibiotici negli stessi non superino i limiti massimi ammissibili per la sicurezza.

Il testo di legge nel quale sono elencate tutte le sostanze farmacologicamente attive il cui impiego è consentito o vietato in ambito veterinario ed i rispettivi residui massimi ammissibili è il Regolamento (UE) n. 37/2010 della Commissione del 22 dicembre 2009. Nella tabella 1 del sopracitato Regolamento sono elencate tutte le sostanze consentite, inclusi gli antibiotici, le specie animali nelle quali ne è ammesso l’utilizzo, il tessuto campione da prelevare per l’analisi ed il limite massimo ammissibile di residuo differenziato per specie animale; mentre nella tabella 2 del Regolamento sono elencate tutte le sostanze vietate in ambito veterinario, tra cui: Cloramfenicolo, Cloroformio, Colchicina, Dimetridazolo, Metronidazolo e Ronidazolo.

Oltre alla tossicità diretta che i residui di antibiotici possono esercitare sull’uomo, sussiste un’altra questione spinosa correlata all’impiego di questi farmaci negli animali: ci riferiamo alla farmacoresistenza, ovvero quel fenomeno per cui alcuni batteri diventano invulnerabili all’antibiotico, considerato la principale causa di fallimento delle terapie antimicrobiche sia nell’uomo che negli animali.

Non a caso, la Direzione Generale della sanità animale e dei farmaci veterinari ha stilato un manuale sulla biosicurezza e uso corretto e razionale degli antibiotici in zootecnia. Tra le varie cose, il manuale presenta un elenco di dieci disposizioni generali sull’utilizzo degli antibiotici. Per citarne qualcuna, l’uso degli antibiotici dovrebbe essere sempre basato sull’antibiogramma effettuato dai batteri isolati dall’animale (l’antibiogramma è un test che permette di valutare la sensibilità batterica a diversi antibiotici, al fine di determinarne efficacia e dose minima necessaria); gli antibiotici che non vengono utilizzati in medicina umana dovrebbero essere quelli di prima scelta, per far sì che i batteri rimangano sensibili ai farmaci destinati all’uomo; andrebbe usato sempre l’antibiotico a spettro più stretto (ciò significa che la terapia dovrebbe essere il più possibile specifica); l’uso locale dell’antibiotico dovrebbe essere preferito a quello sistemico ogniqualvolta sia possibile.

 

AntibiogrammaIn figura l’antibiogramma: sulla piastra viene fatto crescere un tappeto di una specie batterica, su ogni dischetto bianco vi è una goccia di una specifica sostanza antibiotica; più è grande il cerchio scuro intorno al dischetto, più i batteri sono stati uccisi dall’antibiotico e sono ad esso sensibili

 

Tutte queste disposizioni hanno come fine ultimo quello di arginare il problema crescente della resistenza agli antibiotici e potrebbero essere condensate in poche parole: uso mirato, razionale e consapevole di questi farmaci.

 

Come tenere sotto controllo questo problema?

 

Nel 2003, la World Health Organization ha vietato l’impiego degli antibiotici come promotori della crescita; ciononostante non sembrerebbe esserci stata una significativa riduzione dell’impiego degli antibiotici in ambito veterinario.

In Italia esso è in calo negli ultimi anni, ma il consumo nel nostro Paese resta fra i più alti in Europa e, secondo i dati del rapporto ECDC/ EFSA/ EMA del 2015, la percentuale di antibiotici venduti destinati agli animali da allevamento rappresenta il 71% della vendita totale. Il consumatore dovrebbe essere consapevole del fatto che, talvolta, sono i piccoli allevatori quelli più onesti, che allevano i propri animali nelle condizioni ottimali e più salutari, dovendo però poi fare i conti con la concorrenza degli allevamenti intensivi, che vantano rese più alte ed offrono il medesimo prodotto ad un prezzo più vantaggioso.

Osservare le norme igieniche (lavarsi per bene le mani dopo aver maneggiato carne cruda, cuocere in maniera adeguata la carne per ridurre la carica microbica, non contaminare alimenti cotti con cibi crudi) e cercare di non ricorrere a prodotti derivanti da allevamenti intensivi rappresentano dunque una soluzione concreta al problema dei residui di antibiotici e di agenti patogeni farmaco-resistenti nei derivati di origine animale.

Fin quando gli allevamenti intensivi continueranno ad esistere, sarà continua la necessità che le autorità competenti controllino rigorosamente la produzione durante tutta la filiera.

Inoltre, ricordiamoci che per curarci correttamente dobbiamo assumere in maniera appropriata gli antibiotici, senza abusarne e senza interrompere prima del tempo la terapia prescritta: agendo responsabilmente da più fronti possiamo sperare di ostacolare la diffusione di eventi minacciosi.

 

 

Photo Credits: Slowfood , MedmedicineIlfattoalimentare

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Emanuela Racca

Emanuela Racca

Mi chiamo Emanuela Racca e svolgo la libera professione in qualità di biologo nutrizionista in provincia di Napoli. Mi sono laureata nel 2014 in Scienze della Nutrizione Umana con il massimo dei voti ed una tesi di laurea magistrale sulla Dieta Mediterranea. Nel 2007 mi sono diplomata in danza classica presso la scuola di ballo del Real Teatro di San Carlo; nei 9 anni di scuola il mio interesse per gli alimenti e la nutrizione era motivato esclusivamente dalla costante esigenza di mantenere il peso forma che, per una ballerina di danza classica, è un requisito essenziale. Dopo il diploma, ho intrapreso il mio percorso di studi ed ho iniziato a guardare al mondo della nutrizione con occhi diversi; le scelte alimentari che compio ogni giorno, non rispondono più semplicemente ad un mero calcolo calorico, ma riflettono la consapevolezza che una corretta alimentazione insieme ad uno stile di vita attivo sono l’arma più potente di cui disponiamo per preservare il nostro stato di salute.