Comfort food: il cibo della felicità

Comfort food: il cibo della felicità

Quasi tutti associano determinati cibi ad un generale benessere psicologico. Non è raro, ad esempio, provare un forte desiderio di cioccolato quando ci si sente tristi o aver voglia, lontani da casa, di quegli speciali “manicaretti” preparati dalla mamma o dalla nonna. Ecco, si tratta di “comfort food“, ovvero cibi il cui consumo evoca uno stato psicologicamente confortevole e piacevole.

Il termine, comparso già agli inizi degli anni ’70, si riferisce, infatti, ad un “alimento che dà un senso di benessere emotivo” o “qualsiasi cibo o bevanda che regala un sollievo temporaneo, sicurezza o ricompensa”.

 

Quali sono i comfort food?

 

Questa “categoria” comprende una grande varietà di alimenti variabile in base al gruppo etnico e culturale di appartenenza: è statisticamente confermato, ad esempio, che per l’americano medio si possa considerare comfort food un gelato (è molto comune vedere, nei film americani, donne che si consolano affogando i propri dispiaceri in una vaschetta di gelato), il famoso brodo di pollo, un piatto di maccheroni al formaggio o una porzione di patatine fritte. Per noi italiani, invece, è più facile “consolarci” pensando a pizza, lasagne della mamma, torta della nonna e via dicendo.

 

TortaIl comfort food può essere rappresentato sia dal cosiddetto junk food sia da piatti che associamo all’infanzia o alla cucina casalinga.

 

Qualsiasi cibo, potenzialmente, può essere un comfort food, data la natura molto soggettiva della categoria; di solito, però, sono perlopiù considerati tali i cibi che presentano almeno una delle tre seguenti caratteristiche: elevato contenuto di carboidrati e zuccheri, alti livelli di grassi e … molto amore!

 

Quando ricorriamo al comfort food?

 

Generalmente questi alimenti sono consumati in due situazioni particolari: quando si ha bisogno di conforto (in momenti di depressione, noia, solitudine) oppure quando si è felici e si ha voglia di premiare se stessi.

Due sono anche le motivazioni che possono spiegarne il ruolo consolatorio: le associazioni tra passato e alimento e l’identificazione personale. Le associazioni col passato sono riconducibili a sentimenti o eventi specifici che si ama ricordare o si vuole rivivere mangiando quel determinato piatto (“mia madre mi ha sempre dato la minestra quando ero ammalato o faceva molto freddo”).

I sentimenti evocati – sicurezza, amore, ritorno a casa, apprezzamento – sono ciò che sta alla base della spinta verso il consumo di un comfort food.

Nel secondo caso, si può essere attratti da un determinato cibo perché ci s’identifica con esso: il comfort food viene ritenuto tale perché l’individuo in questione si concentra su aspetti del prodotto che gli sembrano coerenti con la propria personalità (“mi piace mangiare una bistecca al sangue perché mi considero molto virile”).

La preferenza per determinati “cibi consolatori” può quindi essere correlata al contesto socio-affettivo di appartenenza, poiché esso può influenzare preferenze e abitudini alimentari.

 

BrodoNon è solo il gusto, ma anche il valore emotivo attribuito a un piatto a rendercelo più attraente

Come agiscono i comfort food sul sistema nervoso?

 

Oltre alla componente psicologica, pare che gli effetti complessivi dei comfort food siano attribuibili anche a fattori di natura biochimica. Nonostante i meccanismi non siano ancora del tutto chiari, recenti studi hanno fornito diverse prove su come i comfort food, e in particolare quelli ad elevato contenuto di carboidrati e/o grassi, possano influenzare l’umore di una persona. Ma in che modo?

L’ “effetto buonumore” sarebbe dovuto a particolari sostanze prodotte durante la digestione degli alimenti in questione, che agirebbero direttamente sul sistema nervoso attraverso determinati messaggeri chimici (neurotrasmettitori).

Tra le diverse teorie proposte in merito al ruolo “consolatorio” di carboidrati e zuccheri, una particolarmente verosimile sostiene che questi aumentino il livello di sintesi della serotonina, un neurotrasmettitore noto per essere coinvolto nella modulazione dell’umore, dell’appetito e del sonno. Nello specifico, dopo l’ingestione di carboidrati si verifica un innalzamento della glicemia con conseguente rilascio d’insulina; proprio quest’ultimo ormone provoca l’aumento della quantità di un aminoacido, il triptofano, che attraversa la barriera ematoencefalica ed entra nel cervello, stimolando la produzione di serotonina.

L’ingestione di zuccheri può stimolare anche il rilascio di endorfine, neurotrasmettitori che sarebbero in grado di interagire coi recettori oppioidi presenti nel cervello, inducendo così senso di benessere, miglioramento dell’umore e alleviamento del dolore.

 

CioccolatoIl cioccolato rilascia endorfine, come l’anandamide, sostanze chimiche naturalmente prodotte dal corpo per fronteggiare lo stress e il dolore

 

Pare invece che i cibi ricchi di grassi possano ridurre la percezione del dolore. Una prima ipotesi associa il fenomeno alla colecistochinina (CCK), un ormone rilasciato nell’intestino in risposta all’assunzione di cibi ricchi di grassi, che rallenta lo svuotamento gastrico e regola il senso di sazietà e di pienezza. Quando il livello di colecistochinina nel sangue aumenta, la persona si sente sazia e smette di mangiare. Tale potrebbe essere anche il motivo per cui gli alimenti ricchi di grassi sono spesso descritti come più “soddisfacenti”.

Di fatto, sembra che la stessa presenza di lipidi in un alimento ne favorisca l’appetibilità e, di conseguenza, faciliti la sensazione “consolatoria” e confortevole di cui abbiamo parlato. In questi casi, dunque, si tratterebbe di un processo biochimico più che psicologico, a partire da quando si assaggia il primo boccone: in questo stesso momento è innescato il sistema endogeno di peptidi oppioidi (tra cui le famose endorfine), responsabile dell’azione analgesica.

Infine, la gratificazione ed il sollievo derivati dai cibi “rassicuranti” potrebbero effettivamente comportare benefici psicologici, ma è importante che il ricorso ai comfort food sia fatto nell’ambito di uno stile di vita sano e attivo. Abusare di piatti ipercalorici e ricchi di zuccheri e grassi può comportare aumento di peso: bisogna quindi fare in modo che il cibo non diventi l’unica “valvola di sfogo”. Va bene lasciarsi tentare, ogni tanto, da quelle golosità che ci ricordano i momenti felici, ma stando attenti a non esagerare!

Share on Facebook92Tweet about this on TwitterShare on Google+0Pin on Pinterest0Share on LinkedIn0Share on Tumblr0Email this to someone

Commenti

commenti

Silvia Cesarano

Silvia Cesarano

Ho conseguito dapprima la laurea in Dietistica e in seguito mi sono specializzata in Scienze della Nutrizione Umana presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. L’interesse nei confronti di tutto ciò che riguarda il cibo, la corretta alimentazione e la prevenzione è sbocciato intorno alla maggiore età, spingendomi a intraprendere questo percorso. Da piccola – convinta fosse un atto completamente superfluo – una delle mie domande di rito a tavola era “perché dobbiamo mangiare?”: ora potrei fare una lista di motivi per spiegarvelo.