L’apprendere a nutrirsi

L’apprendere a nutrirsi

Per quanto ne sappiamo, le prime percezioni di un neonato sono mediate dalla bocca e dalla pelle: egli reagisce allo sfioramento delle labbra con movimenti di ricerca e di suzione, fenomeno che ben conoscono le mamme. Questo comportamento funziona anche in condizioni di stress, con lo scopo di garantire la sopravvivenza della specie e di alleviare la tensione.

Con diversi esperimenti e studi sul caso, si è arrivati a capire che, nella prima infanzia, la bocca è l’organo più importante per rimuovere stress e malessere: anche i cuccioli di cane, se staccati precocemente dalle mammelle della madre, mostrano la tendenza a compensare tale carenza con la frequente suzione di alcune parti del proprio corpo (le zampe, così come per i neonati sono le dita della mano).

 

Nutrirsi ha più funzioni fondamentali

 

Da queste osservazioni si può dedurre che nell’atto del nutrirsi si distinguono due funzioni: quella alimentare vera e propria – legata ad esigenze organiche e biologiche – e quella di rimozione di stati tensivi, con l’appagamento della mucosa orale mediante il movimento delle labbra, della lingua e del palato.

 

SuzioneL’atto del nutrirsi è certamente un bisogno primario ma può avere differenti funzioni

 

Naturalmente, la tensione rimossa con questa attività non ha origine nella bocca o nella gola, ma si tratta di una tensione generale, sensoriale ed emotiva in cui si trova il neonato.

Per le persone che in età adulta mangiano troppo, il cibo rappresenta la panacea che allevia ogni disagio e, come i neonati, reagiscono a tensioni di origine diversa con la ricerca di stimolazioni orali. Gli attacchi di fame possono verificarsi in ogni occasione in cui vi sia un bisogno da soddisfare: quando non si riesce a dire quello che si vorrebbe dire, quando si ha freddo, quando ci si sente frustrati nella vita intima o di coppia, quando c’è da prendere una decisione importante, e così via.

Se dal comportamento del bambino la madre ha dedotto che il mangiare è di aiuto ogni volta che egli manifesta insoddisfazione o piange, tenderà a conservare questo modello di comportamento senza sforzarsi di capire se ha freddo, è sporco e vuole essere cambiato o, semplicemente, vuole essere cullato e tenuto in braccio. La conseguenza fatale è che il bambino impara a vedere il proprio corpo ed i propri bisogni con gli occhi materni.

Quando un neonato avverte un senso di disagio, questa sensazione si trasmette a tutto il suo mondo, perché egli non è ancora in grado di relativizzare e non riesce a distinguere tra percezione corporea interna ed esterna: poiché a partire dalla nascita i riflessi localizzati nella cavità orale generano nell’essere umano l’unico comportamento finalizzato (alla sopravvivenza), ogni percezione ha inizio nella bocca, che funge da primissimo collegamento tra ricezione all’interno e percezione del mondo esterno. Attraverso questo “ponte” tra dentro e fuori passano anche, in senso psicologico, il lasciar entrare ed il lasciar uscire, l’apertura e lo scambio, il prendere e il dare.

 

Il significato attribuito al nutrirsi condiziona il nostro rapporto con la madre e con il cibo

 

Quando un bambino piccolo, comportandosi in maniera sconveniente senza provare il minimo imbarazzo, infrange i tabù materni, nella madre si scatenano sentimenti contrastanti: può reagire arrabbiandosi e sgridandolo, manifestando il suo disappunto, oppure sorridere e fare finta di niente o, a volte, alternare queste diverse modalità creando confusione e ambivalenza.

 

Bambino arrabbiatoIl rapporto che il bambino instaura con la madre inizia con la somministrazione del cibo

 

Il neonato che vive all’interno della simbiosi con la madre, può rispondere a reazioni così complicate solo con uno schema elementare e non differenziato: desiderio o rifiuto. In altre parole ciò che può percepire è: “mia madre mi desidera o mi rifiuta?”

Per il bambino esiste solo il Tutto o il Niente, ed in questo caso, il Niente è costituito dall’idea di essere rifiutato, cioè che un suo comportamento sbagliato equivale all’essere totalmente sbagliato. Dalle valutazioni di chi si prende cura di lui e dal clima emotivo che ne scaturisce, deriva l’atteggiamento del bambino verso se stesso ed il rapporto con il suo corpo, con il suo senso di autostima ed il suo atteggiamento futuro nei confronti della vita. In seguito farà certamente esperienze che potranno modificare tale atteggiamento, ma la base è sicuramente l’elemento fondante la primissima costruzione del senso del Sé e della sua identità.

Lo sviluppo della personalità consente al bambino di riconoscere che la madre talvolta dà (ed è buona) e talvolta nega (ed è cattiva), pur restando sempre la stessa. La sintesi tra madre buona e madre cattiva può avvenire solo se la mamma stessa ha concesso al figlio di manifestare l’aggressività suscitata in lui dalle frustrazioni della madre cattiva: in questo modo, il piccolo impara che può esprimere le proprie emozioni, anche quelle di rabbia e paura, pur continuando ad essere amato e desiderato, non rifiutato.

Purtroppo, se la madre non riesce ad accettare la frustrazione e l’aggressività del figlio nei suoi confronti e le reprime, anche il bambino percepirà se stesso come cattivo ed indegno di amore.

 

 

Photo Credits: Mai-lab , Psicologidelbenessere , Periodofertile

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Pin on Pinterest0Share on LinkedIn0Share on Tumblr0Email this to someone

Commenti

commenti

Jessica Stolfi

Psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, Jessica Stolfi si è laureata in Psicologia e si è poi specializzata in Psicoterapia Relazionale. Dal 2007 esercita l’attività come libera professionista e collabora con enti pubblici e privati come docente di corsi e relatrice di eventi divulgativi. Il suo intervento è rivolto alle problematiche degli adulti, dei bambini, della coppia e della famiglia.