L’esperto risponde: cos’è il prediabete?

L’esperto risponde: cos’è il prediabete?

Il diabete è una malattia che spaventa moltissimo, in quanto evoca nel nostro immaginario una vita di privazioni e rinunce a tavola. Ed ecco che quando il medico ci parla di pre-diabete l’allarme è inevitabile: ma che cos’è il pre-diabete? E come possiamo fare a riconoscerlo in tempo? Lo possiamo curare?

Il termine pre-diabete, in realtà, non è scientificamente riconosciuto: tale definizione, infatti, sembrerebbe non lasciare scampo ad un ineluttabile destino, mentre sappiamo che, a patto che vengano adottati alcuni accorgimenti nelle abitudini di vita, la condizione di disglicemia (ovvero alterata glicemia) nota prosaicamente come pre-diabete non sfocia necessariamente in un diabete conclamato; in altre parole, non si tratta di una condizione irreversibile.

Ma per capire esattamente cosa sia il pre-diabete occorre prima familiarizzare con alcune nozioni che riguardano il nostro metabolismo, in particolare quello dei carboidrati.

 

La digestione dei carboidrati e il prediabete

 

Dopo il pasto, gli zuccheri derivanti della digestione dei carboidrati (più o meno complessi, dalla frutta alla pasta) arrivano nel torrente sanguigno. Affinchè questo zucchero venga utilizzato dalle cellule come fonte di energia è necessaria la mediazione di un ormone, l’insulina, che permette allo zucchero nel sangue di entrare nei tessuti. La logica conseguenza è che, per azione dell’insulina, il livello di zucchero nel sangue (glicemia) si riduce progressivamente.

 

PrediabeteIl prediabete indica una situazione di alterata glicemia che, se trattata nelle giuste modalità, non sfocia necessariamente in una condizione di diabete conclamato

 

In condizione di digiuno (cioè almeno 8 ore di astensione dal cibo) i valori normali di glicemia sono compresi tra 60 e 100 mg/dL: basta un semplice prelievo di sangue per verificare questo valore. Nelle persone affette da diabete, invece, lo zucchero nel sangue, sempre in condizioni di digiuno, è superiore a 126 mg/dL. E’ facile notare che c’è un piccolo divario tra la situazione di normalità e quella di diabete: in questo limbo glicemico, compreso tra 100 e 125 mg/dL, rientra proprio la situazione di pre-diabete, o meglio, di alterata glicemia a digiuno o IFG (dall’inglese impaired fasting glucose).

E’ molto importante riconoscere precocemente un’alterata glicemia a digiuno perché, come già citato, essa non rappresenta una condanna al diabete, ma è un chiaro segno di preavviso che qualcosa nel nostro corpo non sta andando per il verso giusto e siamo ancora in tempo per cambiare rotta o, nella peggiore delle ipotesi, rallentare l’esordio della malattia vera e propria. Già in questa fase infatti, in modo subdolo e silenzioso, la glicemia superiore alla norma inizia a scalfire l’integrità del sistema cardio-vascolare, aumentando il rischio di patologie al cuore e di tutta una serie di complicanze tipiche della malattia diabetica (oltre a cuore, reni e vista sono gli organi più esposti al danno da iperglicemia).

Il problema principale dell’IFG è che è totalmente asintomatica: per tale motivo, è molto importante sottoporsi regolarmente a controlli del sangue. Questa regola vale per tutte le persone, dalle più giovani alle più anziane, ma vi sono diversi fattori che, in particolar modo, richiedono un più stretto e attento monitoraggio. Le persone con più di 45 anni, con una storia in famiglia di diabete, in sovrappeso (specialmente sono a rischio i soggetti con la pancetta, in quanto è il grasso addominale ad essere di ostacolo alla corretta azione dell’insulina) e, se donne, con un passato di diabete gestazionale o affette da ovaio policistico, devono stare particolarmente attente.

In realtà, oltre all’alterata glicemia a digiuno, esiste un’altra forma di disglicemia: l’alterata tolleranza al glucosio o IGT (acronimo di Impaired glucose tolerance), che viene diagnosticata quando, due ore dopo il carico orale di glucosio (un esame noto come OGTT, che consiste nel monitoraggio di glicemia e insulina ogni 30 minuti dopo la somministrazione di 75 g di glucosio) i valori di glicemia sono compresi tra 140 e 199 mg/dL.

In entrambi i casi, sia che si tratti di IFG o IGT, la terapia prevede due aspetti fondamentali: un costante esercizio fisico (l’attività motoria migliora moltissimo la funzionalità dell’insulina) e un corretto regime alimentare, finalizzati al recupero di un giusto peso corporeo.

Tutti gli zuccheri semplici (dal comune saccarosio alle bibite, caramelle e dolcetti in genere, come merendine e biscotti) devono essere consumati con molta moderazione: ad esempio, è consigliabile non zuccherare il caffè (è tutta una questione di abitudine, il caffè amaro è molto più gustoso!), scegliere cereali per la colazione semplici e non glassati, prediligere biscotti secchi, per merenda preferire un frutto o un pacchetto di cracker agli snack dolci e zuccherosi.

Sarà anche molto importante assumere una buona dose di fibra, assicurandosi che la verdura non manchi mai a pranzo e a cena e accordando la preferenza a prodotti integrali (dalla pasta al pane): le fibre, modulano l’assorbimento degli zuccheri, evitano l’insorgenza di picchi molto alti di zucchero nel sangue, che altrimenti richiederebbero un rilascio massiccio di insulina e un maggior carico di lavoro al pancreas, già stressato. Di pari passo, per tutelare la salute di cuore e vasi, è bene prestare attenzione ai cibi particolarmente ricchi in grassi saturi, sale e colesterolo.

In realtà, non si tratta di seguire una dieta rigida e monotona, ma di fare proprie le indicazioni per una sana e corretta nutrizione, sotto l’egida della dieta mediterranea, che ognuno di noi, anche in condizioni attuali di salute, dovrebbe adottare.

 

 

Photo Credits: Panecirco

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Giulia Pieri

Giulia Pieri

Sono Giulia Pieri, dietista per professione e buongustaia per vocazione: da brava romagnola DOC qual sono adoro il cibo in tutte le sue forme (soprattutto se cucinato da qualcun altro, vista la mia irreparabile goffaggine ai fornelli). Cosa mi piace del mio lavoro? Trovo affascinante che un gesto così semplice ed innato come il bisogno di nutrirsi nasconda una straordinaria complessità di intrecci biologici, psicologici e sociali: il cibo è molto più di una contingenza organica, è un potente evocatore di ricordi, legami affettivi e tradizioni, uno scrigno di significati simbolici ancestrali. Solo una visione a tutto tondo del delicato rapporto uomo-cibo, sostenuta dalla voglia instancabile di esplorare e dalla capacità di rinnovare lo stupore di fronte alle continue scoperte, può garantire il raggiungimento del benessere. Oltre alla dietista, c’è una persona che ama i temporali estivi e i libri di carta, un’appassionata di bische clandestine di giochi di società e un’ascoltatrice ossessiva compulsiva dei Muse. Il profumo di una torta casereccia che aleggia per casa e il calore del mio adorato cane accoccolato ai miei piedi sono per me la cornice della felicità.