L’esperto risponde: test per le intolleranze alimentari, di quali fidarsi?

L’esperto risponde: test per le intolleranze alimentari, di quali fidarsi?

Tra le epidemie del XXI secolo è certamente da annoverare quella di allergie e intolleranze alimentari che, tra un’analisi del capello e una rilevazione della forza, spesso sono “diagnosticate” secondo modalità non proprio convenzionali. Circa il 25% della popolazione sostiene, infatti, di soffrire di intolleranza o allergia alimentare, sebbene i numeri della scienza stimino una prevalenza reale del 3-5%.

La presunta intolleranza nei confronti di un cibo è spesso ritenuta responsabile dei più disparati disturbi, dal gonfiore intestinale alla difficoltà di perdere peso.

I test alternativi, come il Vega test, che sfrutterebbe le variazioni di potenziale elettrico della pelle per individuare gli alimenti mal tollerati, il Dria test, che si fonda sul principio secondo cui ogni disfunzione dell’organismo sarebbe accompagnata dalla riduzione della forza di determinati gruppi muscolari, o ancora i test kinesiologici, il test citotossico o l’analisi del capello – tutti quanti privi di un corredo di solide evidenze scientifiche.

 

Vega testIl Vega test è uno dei test per le intolleranze più diffuso ma non ci sono prove scientifiche valide e certe del suo corretto funzionamento

 

In realtà questi test godono spesso di credibilità sia perché danno sempre una risposta, accontentando – non importa se in maniera reale o fittizia – l’aspettativa e il desiderio di rintracciare una causa ben definita ai propri mali, sia perché possono generare l’illusione di stare meglio o riuscire a perseguire i propri obiettivi: se sono sovrappeso e mi viene comunicata un'”intolleranza” alle farine o ai latticini, appare logico che, eliminando importanti fonti alimentari quali frumento o latte e derivati dalla dieta, la perdita di peso sia verosimilmente imputabile ad una riduzione degli introiti calorici, e non ad un miracoloso “sblocco” del metabolismo precedentemente intrappolato e ostacolato dal consumo di alcuni cibi.

Al contrario, la via della medicina ufficiale a volte può essere più insidiosa e lunga, perché non è sempre così facile ricondurre un disturbo ad una causa: le indagini richiedono più tempo, occorre valutare una molteplicità di fattori, è necessario sottoporsi a visite mediche e ad esami più invasivi, ma d’altronde la precisione e l’accuratezza richiedono pazienza.

Non è detto che un malessere intestinale, come l’eccessivo gonfiore o la tensione addominale, sia necessariamente legato ad un’intolleranza: certamente il cibo gioca un ruolo cruciale nell’esacerbare alcuni sintomi, anche nel caso in cui si tratti di condizioni patologiche diverse dall’intolleranza alimentare, quali possono essere il reflusso gastro-esofageo, la sindrome dell’intestino irritabile o semplicemente una conseguenza di uno stato di stress, ma l’identificazione di una intolleranza non può basarsi su esami non riproducibili e non attendibili.

L’intolleranza, a differenza dell’allergia, costituisce una reazione avversa ad un alimento che non coinvolge il sistema immunitario e la sua manifestazione spesso è sfumata, con sintomi comuni ad altri disturbi): digestione difficile, dolori addominali o diarrea possono far insorgere il dubbio di una sottostante intolleranza, mentre stanchezza, mal di testa e difficoltà nel dimagrimento nulla hanno a che vedere con il mondo delle vere intolleranze alimentari.

Tra i test diagnostici validati vi sono l’H2-breath test al lattosio, di competenza del gastroenterologo, che identifica un’intolleranza allo zucchero del latte, e lo screening sierologico per la celiachia, che consente di individuare una serie di anticorpi – anticorpi antiendomisio (EmA) e antitransglutaminasi tissutale (anti-tTG) – altamente predittivi di malattia celiaca, che in ogni caso deve essere confermata da una biopsia intestinale.

In realtà oggi, per individuare un’intolleranza al lattosio determinata certamente dalla carenza dell’enzima lattasi, dunque un’intolleranza permanente (infatti, esistono anche forme di intolleranza al lattosio transitorie, riconducibili ad alterazioni della flora intestinale ad esempio), è a disposizione anche un test genetico.

Quindi, sottoporsi senza criterio a test non convenzionali per l’individuazione di intolleranze alimentari non solo può rivelarsi controproducente, ma addirittura rischioso nel caso in cui, eliminando fondamentali componenti dalla dieta senza gli opportuni accorgimenti per compensare ciò che viene a mancare, l’alimentazione risulti impoverita e sbilanciata, con possibili ripercussioni negative sullo stato globale di salute.

 

 

Photo Credits: Plazmoterapia

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Giulia Pieri

Giulia Pieri

Sono Giulia Pieri, dietista per professione e buongustaia per vocazione: da brava romagnola DOC qual sono adoro il cibo in tutte le sue forme (soprattutto se cucinato da qualcun altro, vista la mia irreparabile goffaggine ai fornelli). Cosa mi piace del mio lavoro? Trovo affascinante che un gesto così semplice ed innato come il bisogno di nutrirsi nasconda una straordinaria complessità di intrecci biologici, psicologici e sociali: il cibo è molto più di una contingenza organica, è un potente evocatore di ricordi, legami affettivi e tradizioni, uno scrigno di significati simbolici ancestrali. Solo una visione a tutto tondo del delicato rapporto uomo-cibo, sostenuta dalla voglia instancabile di esplorare e dalla capacità di rinnovare lo stupore di fronte alle continue scoperte, può garantire il raggiungimento del benessere. Oltre alla dietista, c’è una persona che ama i temporali estivi e i libri di carta, un’appassionata di bische clandestine di giochi di società e un’ascoltatrice ossessiva compulsiva dei Muse. Il profumo di una torta casereccia che aleggia per casa e il calore del mio adorato cane accoccolato ai miei piedi sono per me la cornice della felicità.