Tumore al seno e nutrizione: il ruolo della soia

Tumore al seno e nutrizione: il ruolo della soia

Il tumore al seno colpisce 1 donna su 8 nell’arco della vita. E’ un tumore che fa tanta paura e che, per tutti i significati che racchiude un organo tanto importante, spesso porta la donna a sentirsi mutilata della propria femminilità e violata nella propria intimità: per fortuna, grazie alla diagnosi precoce ed alle terapie sempre più personalizzate, oggi è possibile far sì che questo terribile mostro sia guaribile.

E’ fondamentale che tutte le donne si prendano cura del proprio corpo e della propria salute, in particolare sottoponendosi regolarmente ai test di screening previsti. A questo proposito è bene sapere che la prevenzione di molte malattie tumorali, anche del tumore al seno, passa attraverso uno stile di vita attivo e una tavola generosa di nutrienti protettivi, specialmente di origine vegetale.

Il ruolo di una buona alimentazione non è confinato alla prevenzione in ambito oncologico, ma è di vitale importanza sia durante le terapie, per evitare malnutrizione e far sì che il corpo abbia tutto l’occorrente per lottare e sopportare meglio i sintomi, sia dopo il trattamento, per evitare ricadute.

Quando si parla di alimentazione e tumore al seno, la soia è uno dei cibi che più frequentemente viene tirato in ballo e intorno al quale ruotano tante incertezze e perplessità. La soia fa bene o fa male? Può essere consumata senza rischi?

 

Soia e Oriente: un binomio inscindibile

 

Da sempre, la soia è un alimento cardine della dieta orientale che, insieme a riso e pesce, caratterizza la cucina giapponese e cinese. Negli ultimi anni, sta guadagnando sempre più spazio anche sulle tavole occidentali, andando incontro sia alle esigenze di coloro che escludono prodotti animali dalla propria dieta (pensiamo a tutte le alternative vegetali a base di soia, dalle bevande ai secondi piatti) sia incontrando il favore di coloro che desiderano variare le proprie scelte: prima del 1998, solo il 5% degli statunitensi consumava soia regolarmente, mentre negli anni 2000 più del 25% assume qualche prodotto derivato almeno 1 volta alla settimana.

La soia può essere consumata in molteplici vesti e al supermercato sono diverse le modalità con cui si presenta e possiamo acquistarla.

 

Dieta orientale

La dieta orientale è basata essenzialmente su soia, riso e pesce e contribuisce bene al buono stato di salute della popolazione

 

Il modo più “naturale” con cui è possibile consumare soia, essendo questa un legume, è sotto forma di fagioli, dall’aspetto tondeggiante e colore chiaro: i fagioli di soia contengono molte proteine (ed è per questo che gli sportivi vegani fanno gran uso dei preparati isolati) ed apporta un buon livello di fibra.

Una dieta ricca di proteine vegetali (come quelle della soia) e di fibra aiuta a mantenere bassi i livelli di zucchero e grassi nel sangue, migliorando anche il profilo di alcuni ormoni, come l’insulina, e favorendo sazietà agevola il mantenimento di un peso corporeo ottimale: il sovrappeso rappresenta infatti un importante fattore di rischio, anche per alcune malattie oncologiche.

D’altro lato, uno degli inconvenienti nutrizionali dei fagioli di soia è che contengono molti fitati, capaci di limitare l’assorbimento di alcuni minerali a livello intestinale. Soprattutto per le persone vegane, che consumano quantità molto abbondanti di fibra, l’interferenza con l’assorbimento di preziosi minerali non va sottovalutata.

Miso e tempeh rappresentano un ulteriore modo salutare per consumare soia: questi prodotti sono fermentati, altamente digeribili e, andando a nutrire il microbioma, risultano anche un valido aiuto per il sistema immunitario.

Più problematica può risultare la soia processata e trasformata: in questa categoria rientrano una moltitudine di prodotti pensati dall’industria per mimare i corrispettivi di origine animale, dai vari drink a base di soia fino ad hamburger e gelati. Si tratta spesso di preparazioni che contengono additivi di vario genere (conservanti, esaltatori di sapidità, gelificanti) e, sebbene a prima vista possano sembrare iper-salutari (e qui il marketing fa la sua parte), spesso leggendo le etichette si scopre che contengono molti zuccheri, grassi o sale aggiunti. Non è possibile fare di tutta l’erba un fascio, ma è bene prestare attenzione a pubblicità fuorvianti e messaggi ingannevoli, scegliendo con scrupolo ciò che viene messo nel carrello.

Un altro alimento che fa bella mostra di sé negli scaffali è l’olio di semi di soia: non è raccomandabile sostituirlo all’olio di oliva extra-vergine, in quanto non è particolarmente ricco di vitamina E, quindi è un prodotto più instabile e suscettibile all’ossidazione, motivo per cui andrebbe usato a crudo e non durante la cottura, e, pur essendo ricchissimo di acidi grassi polinsaturi, apporta più omega 6, di cui spesso l’alimentazione occidentale è sovrabbondante, rispetto ad omega 3, veri deputati alla riduzione dell’infiammazione e protettivi nei confronti delle malattie cardiovascolari.

 

Soia: alleata o nemica?

 

L’ipotesi di un possibile ruolo protettivo della soia nei confronti del tumore al seno nasce proprio dall’osservazione delle donne asiatiche: numerosi studi osservazionali hanno rilevato che le donne orientali che mangiano soia regolarmente hanno un minor rischio di sviluppare tumore al seno a dispetto delle donne occidentali che non la consumano in nessuna forma. Inoltre, alcuni di questi studi suggeriscono che questo legume aiuti a prevenire la comparsa di recidive tumorali in donne che hanno già avuto una diagnosi in precedenza.

Trattandosi di indagini eseguite sia sulla popolazione asiatica sia su quella americana, sorge spontanea una domanda: è la soia in sé e singolarmente a ridurre il rischio di sviluppare tumore o è la maggiore quantità di pesce consumata dalle donne orientali a incidere in modo significativo sulla prevenzione? E ancora: la scarsa quantità di frutta e verdura biologica e di stagione che una donna americana consuma tipicamente in un anno, in aggiunta alla dose elevata di prodotti animali, non la espone ad un maggiore rischio di comparsa di cancro alla mammella?

Finora sono stati eseguiti solo studi osservazionali: da una visione esterna, una donna asiatica conduce uno stile di vita molto più sano rispetto alla “collega” americana e pratica molta più attività fisica. Infatti, la maggior parte delle donne asiatiche fanno della soia la base del loro apporto proteico giornaliero (ne mangiano circa 10 volte il quantitativo di un’americana!) e questo significa un minor introito di carne rossa e affettati, che si traduce in meno grassi animali (e, di conseguenza, antibiotici e ormoni).

Essendo il cancro una patologia estremamente complessa e multifattoriale, non è affatto facile escludere elementi confondenti e considerare un singolo aspetto.

Tuttavia, il presunto ruolo benefico della soia sarebbe riconducibile alla presenza di isoflavoni: questi composti appartengono alla categoria dei fitoestrogeni, ovvero sostanze di origine vegetale con una struttura chimica e alcune funzioni simili a quelle degli estrogeni prodotti dall’organismo umano. La soia non è l’unica fonte di fitoestrogeni, in quanto in altri legumi, nelle noci, nei cereali integrali e in generale in frutta e verdura possiamo trovare i lignani, così come in alcuni germogli sono reperibili i cumestani, ma certamente la soia offre la più ampia gamma di fitoestrogeni (circa 100 tipi diversi) e in quantità maggiori.

 

Prodotti derivati della soia

La soia e i suoi prodotti derivati sono ricchi di isoflavoni, sostanze simili agli ormoni estrogeni ma di origine vegetale

 

I più studiati sono genistina e daidzina, molecole poi metabolizzate in genisteina e daidzeina. La prima è responsabile di numerosi effetti biologici: inibendo l’azione del fattore di crescita epidermico tirosin kinasi (EGFR) è in grado di ridurre il rischio di cancro al seno; inoltre, induce l’apoptosi (termine tecnico che sta ad indicare la morte cellulare “programmata”, indispensabile per tutelare l’organismo, ad esempio, da cellule mutate o difettose), ha proprietà antiossidanti, modifica il metabolismo degli eicosanoidi e inibisce l’angiogenesi (ovvero la formazione di nuovi vasi sanguigni, processo cruciale per la proliferazione tumorale).

Tuttavia, studi condotti in laboratorio hanno evidenziato che, quando è già presente l’esposizione a un agente cancerogeno o quando il tumore è visibile, l’introduzione dietetica di genisteina non riduce l’incidenza della patologia, ma può aumentare il periodo di latenza. Questo significa che la soia è in grado di aumentare solo il tempo che intercorre tra l’inizio dell’esposizione all’agente cancerogeno e la comparsa dei sintomi.

Però, in base ad altri risultati, è sorto il dubbio che fitoestrogeni come la genisteina potessero promuovere la crescita delle cellule tumorali sensibili all’azione degli estrogeni (cellule estrogeno-dipendenti), smentendo quanto detto in precedenza.

Dunque, non è facile sbrogliare la matassa e il legame fitoestrogeni-cancro è ancora molto dibattuto.

 

Come comportarsi?

 

In generale, vi è accordo sul fatto che, nella maggior parte dei casi, l’effetto dei fitoestrogeni sia protettivo e tuteli la salute della donna nei confronti del tumore al seno. Ma con alcune doverose precisazioni. Va infatti sottolineato che una donna occidentale molto difficilmente riuscirà ad introdurre un quantitativo di soia al giorno pari a quello di una donna asiatica: quest’ultima mangia soia sin dalla tenera età e si nutre di vera soia, ossia tofu e fagioli, non ricorre ad integratori o agli stessi prodotti derivati dalla soia che si trovano sulle tavole degli Europei e degli Statunitensi.

Parrebbe troppo semplice dire che tutta la soia previene il tumore al seno: bisognerebbe completare la frase con “se si è sempre consumata e in veste di vera soia”. Infatti, gli esperti parlano di “early intake“, ossia di introduzione dell’alimento nella propria dieta sin dalla prima adolescenza per avere un effetto positivo sulla riduzione del cancro al seno, e di “fermented soy”, con riferimento a miso, tempeh e natto.

Alcune voci autorevoli, con il supporto del National Cancer Institute e del World Cancer Research Fund International, non raccomandano l’uso di integratori di isoflavoni della soia per donne a rischio di sviluppare cancro al seno o che lo hanno già avuto, né tantomeno ammettono che una dieta ricca di soia, come appunto quella asiatica, sia dannosa per la salute del tessuto mammario.

Pertanto, si può concludere che la soia, consumata in modo biologico e preferibilmente in forma fermentata, all’interno di un regime alimentare equilibrato, migliora in generale la salute del seno.
Ovviamente dobbiamo sempre partire dal “a chi ci rivolgiamo”: introdurre la soia in una dieta ricca di grassi e povera di fibra, basata sul junk food e su prodotti che non rispecchiano la stagionalità non ci aiuterà né a prevenire il cancro, né a supportare le terapie che ne conseguono.

E’ lo stile alimentare nel suo complesso che fa la vera differenza.

 

 

Photo credits: Cosmopolitan , ThecashewtreePinterest

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Mara Cazzola

Mara Cazzola

Mi chiamo Mara Cazzola, ho 25 anni e sono dietista e nutrizionista. La mia formazione si è basata soprattutto sulla dietetica in Nefrologia, vale a dire le malattie renali con lo scopo di prevenire la malnutrizione specialmente nel paziente nefropatico anziano. Mi piace la tecnologia, scrivere e informare le persone, amo lo sport e la vita sana. Amo la mia professione perché per rivolgersi a un dietista non serve per forza essere affetti da qualche patologia: è una figura professionale che incita, supporta soprattutto se siamo nel campo dell’alimentazione dello sport. Sono fermamente convinta che l’uomo rispecchi ciò che mangi: se mangiamo bene ed in modo equilibrato e consapevole, siamo persone migliori, piacciamo di più a noi stessi….e di conseguenza piacciamo di più agli altri.