Amigdalina: tossica o anticancro?

Amigdalina: tossica o anticancro?

Forse qualcuno non ha mai sentito parlare di amigdalina (niente paura, è normale!), sebbene il cianuro, un veleno naturale estremamente tossico anche a piccole dosi, sia ben noto e conosciuto a tutti.

L’amigdalina – dal greco mandorla – fu isolata per la prima volta dai due chimici francesi Robiquet e Boutron-Charlard nel 1830: essa è la principale sostanza appartenente alla categoria dei glicosidi cianogenetici, particolari molecole costituite da una parte zuccherina (nel caso dell’amigdalina – per gli estimatori della chimica – la parte zuccherina è rappresentata da 2 unità di D-glucosio unite da un legame beta glicosidico) e da un aglicone, da cui, per idrolisi, si libera acido cianidrico. Ecco perchè il termine “cianogenetico”: capace ovvero di dar luogo allo sviluppo di acido cianidrico.

 

Come agisce l’amigdalina?

 

Gli enzimi che determinano l’idrolisi di tale glicoside – e dunque la formazione di acido cianidrico – sono già presenti negli alimenti vegetali che contengono l’amigdalina (anche se in cellule diverse), ma sono anche prodotti dalla flora batterica intestinale, che di conseguenza gioca un ruolo essenziale nell’assorbimento del cianuro.

 

Armelline di albicocca

I noccioli di albicocca, anche detti armelline, contengono una certa quantità di amigdalina

 

La tossicità del cianuro è stata ampiamente documentata: il suo principale meccanismo d’azione consiste nella compromissione di un processo cruciale per la vita delle cellule del nostro organismo, la fosforilazione ossidativa. Il cianuro va infatti ad inibire l’enzima terminale della catena di trasporto mitocondriale: in altre parole, blocca l’utilizzo di ossigeno, il substrato necessario per la normale respirazione cellulare senza il quale non possiamo vivere.

Per cercare di porre rimedio alla repentina interruzione del metabolismo aerobico, che sostiene tutte le funzioni vitali, il corpo tenta di adattarsi ricorrendo a processi metabolici alternativi, che però conducono ad un progressivo accumulo di acido lattico. Il cianuro, in parole povere, induce la cellula a passare da un metabolismo aerobico (dipendente dall’ossigeno) e un metabolismo anaerobico, che genera sottoprodotti dannosi, quali il lattato. Quindi a livello cellulare si instaura una condizione di ipossia (insufficiente presenza di ossigeno) ed acidosi (abnorme accumulo di sostanze acide).

Gli organi particolarmente sensibili a tale tossicità sono il cuore e il cervello, poiché necessitano di un approvvigionamento continuo di ossigeno per generare energia. Inoltre, il cianuro influisce negativamente sull’azione di circa 40 enzimi contenenti gli ioni ferro, rame e molibdeno.

Le manifestazioni cliniche dipendono dalla dose di esposizione: si passa da quadri patologici lievi, come emicrania, tachicardia e debolezza, a sintomi sempre più gravi per assunzione di elevati livelli di cianuro, come dispnea (respirazione difficoltosa), respirazione ansimante, atassia (perdita della coordinazione della muscolatura volontaria), aritmie cardiache, spasmi, perdita di coscienza e convulsioni, fino ad arrivare a collasso circolatorio e respiratorio.

La dose letale acuta di cianuro assunto per via orale sembra essere compresa tra 0,5 e 3,5 mg per chilogrammi di peso corporeo, motivo per cui l’Efsa, per tutelare la salute dei consumatori, ha imposto un limite di 20 microgrammi per kg di peso corporeo come quantità di cianuro tollerabile per l’esposizione occasionale.

 

Dove si trova l’amigdalina?

 

Il fatto che il nome amigdalina derivi dal sostantivo greco mandorla non deve trarre in errore: l’amigdalina, infatti, è presente maggiormente nelle mandorle amare, che non vanno confuse con le mandorle dolci di consumo comune – che a dire il vero ne contengono solo tracce – ma anche nei semi di diversi frutti, tra cui albicocche, pesche, ciliegie, mele e prugne. Non si hanno ancora dati precisi in merito al quantitativo del glucoside nei vari alimenti sopraelencati e neanche in merito a quanto cianuro viene assorbito dopo l’assunzione orale di alimenti contenenti amigdalina poiché, come abbiamo precedentemente visto, un ruolo determinante è svolto dagli enzimi della flora batterica intestinale.

 

AmarettiNella ricetta degli amaretti compaiono tra gli ingredeinti i noccioli di albicocca crudi ridotti in polvere

 

 

D’altro canto, però, bisogna prestare molta attenzione in quanto bastano poche unità di tali alimenti per superare la dose tollerabile: come è stato dichiarato dall’EFSA, possono bastare 3 semi di albicocca crudi di piccole dimensioni per superare i limiti di sicurezza nell’adulto e, nel caso di bambini, la prudenza deve essere ancora maggiore, in quanto sono sufficienti dosi molto inferiori per mettere a rischio la salute.

 

Azione anticancro?

 

In campo oncologico l’amigdalina è stata studiata – in maniera più o meno ortodossa – per una presunta azione antitumorale: secondo alcuni, infatti, l’amigdalina esplicherebbe una selettiva azione tossica nei confronti delle cellule neoplastiche, anche se, finora, i risultati hanno sempre smentito questa ipotesi. Ad oggi, infatti, dalle varie ricerche scientifiche non è emersa nessuna prova convincente che dimostri una regressione della malattia tumorale in pazienti trattati con tale sostanza.

A questo punto, appare logico che è raccomandabile evitare il consumo di alimenti che contengono elevate quantità di amigdalina e soprattutto diffidare di chi dispensa informazioni in merito a presunte terapie alternative che non hanno una validazione scientifica, perché il rischio di avvelenamento è reale.

E gli amaretti? Questi famosi biscotti – che dividono il mondo dei consumatori in grandi estimatori e detrattori – contengono piccolissime quantità di amigdalina, in quanto nella loro ricetta è previsto proprio l’utilizzo di armelline, ovvero di semi di albicocca. Alle normali dosi di consumo, però, non sussiste il rischio di intossicazione; semmai, l’unico rischio può derivare dall’abuso di zuccheri e grassi, ma questa è tutta un’altra storia.

 

 

Photo Credits: My-personaltrainer , Alfrus , Lorenzovinci.ilgiornale

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Giovanni Cortile

Giovanni Cortile è un laureato in dietistica, con votazione di 110 e lode, presso l'Università Federico II di Napoli. Attualmente collabora con lo Studio "Fenix" salute e benessere, di psicologia e medicina integrata, sito in provincia di Napoli. In qualità di socio dell'associazione SDeCA , Scienza Dieta e Corretta Alimentazione, partecipa a giornate di prevenzione, prendendo assiduamente parte a convegni e seminari in ambito nutrizionale. E' appassionato di sport ed ha conseguito il brevetto di allievo istruttore di nuoto presso la FIN, Federazione Italiana Nuoto.