Bambini: rifiuto del cibo

Bambini: rifiuto del cibo

Continuiamo la nostra esplorazione nelle dinamiche che coinvolgono l’alimentazione infantile: oggi parleremo del rifiuto di mangiare da parte dei bambini e dei significati psicologici che può assumere all’interno del sistema familiare.

Quando un bambino manifesta difficoltà nel nutrirsi spesso i genitori ed i nonni si preoccupano molto e passano dal pensare che abbia esclusivamente un problema fisico di inappetenza al ritenere che “stia facendo dei capricci e sia viziato”.

 

Rifiuto del cibo: quali sono le cause?

 

Tra un estremo e l’altro, occorre anzitutto accertarsi che non ci siano cause di tipo organico o disturbi di rilevanza clinica che possono sottostare alla condizione di rifiuto del cibo: ad esempio, esso può dipendere da intolleranze alimentari, fastidi per la consistenza o la temperatura dei cibi o ancora da problemi relativi alla masticazione e alla digestione.

Esclusi questi fattori, il rifiuto del cibo può manifestarsi non come condizione primaria, ma come conseguenza di altri disturbi di natura psicologico-emotiva, che spesso esprimono un disagio nella relazione tra il bambino e chi si prende cura di lui.

 

Bambino che rifiuta il cibo

Il rifiuto del cibo da parte di un bambino può nascondere cause cliniche, che vanno indagate, oppure un disagio di tipo psicologico

 

In ogni caso, il piccolo non ha altri strumenti, se non il suo corpo, per manifestare quello che non va; perciò, segnali fisici legati alla nutrizione, come il rifiuto per il cibo, il vomito, il reflusso gastrico o la stitichezza, possono segnalare difficoltà nell’adattamento al suo ambiente.

La prima cosa di cui tener conto è che, fin dai primissimi giorni di vita del bambino, sono molti i fattori implicati nella regolazione del ciclo fame-sazietà, così come le differenze individuali tra un neonato e l’altro: alcuni bambini, infatti, mostrano pattern di regolazione dei ritmi vitali prevedibili e facilmente gestibili, mentre altri sviluppano precocemente difficoltà nei cicli sonno-veglia/fame-sazietà e sono considerati bambini più problematici.

Queste differenze dipendono sia da fattori temperamentali che da caratteristiche ascrivibili alla relazione madre-bambino (di cui abbiamo già accennato nell’articolo sull’allattamento).

Spesso il momento dei pasti diventa il terreno dove l’adulto gioca il controllo e il potere che per natura riveste nella relazione con il figlio, a scapito del riconoscimento delle specificità proprie del bambino come individuo diverso da sé. La capacità di autoregolazione ed i ritmi personali dei piccoli devono essere riconosciuti e rispettati ed è osservando i loro comportamenti e assecondando le loro tendenze spontanee che i genitori potranno aiutarli a stabilizzare i ritmi alimentari, senza imposizioni.

Questo non significa viziare i figli accontentandoli in ogni loro richiesta, ma valutare quale possa essere il messaggio che il bambino sta dando, ascoltandolo e favorendo un suo naturale riequilibrio.

Molti genitori si allarmano se il piccolo non mangia perché hanno paura che non cresca e non abbia i nutrienti giusti per un sano sviluppo, ma ignorare il segnale ingozzando il bambino contro il suo volere non risolverà il problema, anzi, potrà creare disagi più forti in seguito poiché altererà il suo rapporto con l’alimentazione.

 

Svezzamento: una fase delicata

 

Uno dei momenti più critici, in cui si può manifestare il rifiuto del cibo da parte del bambino, è lo svezzamento: il primo incontro con cibi solidi rappresenta una grande novità e potrebbe non piacere subito al piccolo, abituato a bere solo il latte.

 

Bambino che mangia con le maniFare in modo che un bambino possa iniziare a mangiare da solo stimola il suo senso di indipendenza e fa in modo che si instauri un sano rapporto tra il bimbo stesso e l’alimentazione

 

E’ questo un momento delicato dove l’adulto deve rappresentare la fiducia nel fatto che il bambino possa progredire nell’alimentazione, accettando eventualmente i primi rifiuti (che fanno parte di una fase transitoria) e continuando serenamente a proporre il cibo solido.

Il bambino comincia così a differenziare la madre dal cibo, passando dal primo rapporto con la madre-nutrimento, ad uno stato di maggiore organizzazione personale e ad una condizione di maggiore autonomia.

Quando poi, crescendo, i bambini manifestano il desiderio di mangiare da soli, rifiutando l’aiuto di qualcun altro, il genitore non dovrebbe impedirlo, anche se questo comporta che si sporchi o faccia confusione intorno. La madre che, per fare prima, continua ad imboccare un bimbo che potrebbe (e vorrebbe) fare da solo, sta forzando l’alimentazione e la relazione con il figlio, sostenendo così modalità interattive intrusive e controllanti: l’ostinazione e la caparbietà del bambino nel non accettare il cibo proposto in questo modo, si contrappongono alle difficoltà materne nel gestire le risposte negative e oppositive del figlio e rinforzano l’interazione disfunzionale tra i due.

Inoltre, alcune madri riferiscono che il loro figlio non si nutre abbastanza, anche quando questi è normopeso: spesso questo avviene perché esse valutano la loro adeguatezza di madri in rapporto a quanto mangia il figlio, con il rischio che la quantità di cibo che il bambino mangia non sembri loro mai abbastanza.

E’ chiaro che queste mamme vanno aiutate nel comprendere che la buona riuscita del loro ruolo non è proporzionale a quanto mangia il bambino e che il loro impegno ed interesse nell’essere brave madri, va spostato su una maggiore accettazione di se stesse e del figlio.

 

Photo Credits: Nostrofiglio , Maternita , Donna.fidelityhouse

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Jessica Stolfi

Psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna, Jessica Stolfi si è laureata in Psicologia e si è poi specializzata in Psicoterapia Relazionale. Dal 2007 esercita l'attività come libera professionista e collabora con enti pubblici e privati come docente di corsi e relatrice di eventi divulgativi. Il suo intervento è rivolto alle problematiche degli adulti, dei bambini, della coppia e della famiglia.