Bulimia: quel peso che non vorrei

Bulimia: quel peso che non vorrei

Molti sanno che la bulimia è un disturbo del comportamento alimentare in cui si mangia fino a scoppiare e subito dopo, nella maggioranza dei casi, si fa in modo di espellere quanto ingurgitato. Sono in pochi, però, a conoscere le ragioni che possono scatenare questo impulso incontrollato e distruttivo.
 
Ad esserne colpite, sono soprattutto le adolescenti e le giovani donne, in età compresa tra i 15 ed i 25 anni, ma la patologia può esordire e svilupparsi anche prima o dopo, a seconda dei casi.
 
Ma cosa fa emergere questo disturbo alimentare?
 

bulimia La bulimia può essere il segnale di una forte paura di essere abbandonati e rifiutati nell’essere sè stessi.

 

Bulimia: il cibo che “tappa la voragine emotiva”

 
A livello psicologico, quello che sembra far soffrire maggiormente queste persone è la paura dell’abbandono: per timore di essere lasciate sole a confrontarsi con il proprio vuoto interiore tendono, da un lato, a introdurre il cibo per tappare la voragine emotiva”, dall’altro, ad assecondare i bisogni di chi le circonda, facendo molta fatica a dire di no e a mettere dei limiti. La paura di deludere gli altri non compiacendoli rimane, per chi è bulimico, un fattore che può scatenare il loro rifiuto ed il conseguente abbandono, perciò tende ad essere eccessivamente accondiscendente, a scapito delle sue vere emozioni e dei suoi reali desideri. E’ questo eccessivo trattenersi verso gli altri che provoca la frustrazione, il senso di impotenza, la rabbia ed il dolore che sfociano nel sintomo, poiché nessuno può essere felice e soddisfatto se non riesce ad esprimere se stesso liberamente (anche a costo di dare qualche delusione agli altri).
 
Un altro aspetto particolare, che segna una maggiore difficoltà nel ciclo di vita di queste persone, è quando esse devono affrontare il problema della separazione dalla famiglia d’origine e l’ingresso nel mondo adulto, con tutte le minacce che questo comporta.
Non è un caso che l’esordio della bulimia avvenga solitamente nella fase adolescenziale, quando si inizia ad uscire dal mondo ovattato dell’infanzia e ad ampliare le proprie conoscenze ed esperienze relazionali. Spesso compare un senso di colpa quando le proprie scelte portano ad allontanarsi dal nucleo familiare, come se “fare la propria vita” fosse in contraddizione con il mantenersi vicini e fedeli ai propri familiari. Un esempio potrebbe essere quello di una ragazza che vorrebbe andare a studiare all’università lontana da casa, ma non se la sente di lasciare soli i suoi genitori che, in questo caso, ritornerebbero dopo tanti anni a fare i conti tra di loro, unicamente come coppia; appare logico pensare che questa giovane donna debba andare per la sua strada, ma probabilmente, per lei non è così semplice deludere le aspettative di chi l’ha cresciuta. Chiunque si trovi in questa situazione, si sentirà ambivalente nei propri sentimenti e bloccato nelle proprie azioni, non sapendo come integrare il bisogno di essere indipendente ed autonomo, con un identità fondata sulla compiacenza, la condiscendenza ed il senso di lealtà alla propria famiglia.
Questi bisogni riemergono in forma nascosta e si esprimono nell’orgia alimentare bulimica e nel successivo svuotamento dello stomaco. Il troppo pieno e il successivo troppo vuoto, possono essere letti come una manifestazione dell’ambivalenza relativa a quello che si prova: là dove la grassezza rappresenta le caratteristiche di dipendenza e passività viste come negative, mentre la magrezza simboleggia la propria libertà e l’autonomia personale.
 

La valenza psicologica del cibo

 bulimia valenza ciboIl cibo, la prima cosa di cui abbiamo bisogno e che ci viene data dagli altri. Quando la nostra volontà di dimostrare qualcosa agli altri è forte, è questo uno dei primi rapporti che rischia di essere alterato.

 
Il grasso corporeo e tutto quello che si mangia per compensare un’insoddisfazione è come una zavorra che ci portiamo dentro e, se noi viviamo la nostra famiglia (o il rimanervi legati) come un peso e una costrizione, con questa patologia dimostriamo inconsciamente di ribellarci. In questo caso è il nostro corpo a parlare per noi, ed il cibo assume la stessa valenza psicologica che rappresenta per noi la nostra famiglia cioè l’ambivalenza tra premio-punizione, amore-abbandono, dipendenza-autonomia.
 
Inoltre il cibo è il primo contatto materiale con chi ci nutre e si deve prendere cura di noi, è la prima cosa di cui abbiamo bisogno che ci viene data dagli altri: se vogliamo dimostrare agli altri qualcosa, il rapporto con quello che ci hanno donato, è una delle prime cose che rischia di essere alterato.
 
Per riuscire a superare questo blocco emotivo ed uscire dal disturbo alimentare, occorrerà analizzare i fattori che hanno portato a questa dinamica, valutare i propri reali bisogni e fare spazio alla propria individualità senza paura di perdere l’amore delle persone a cui ci si sente legati. Solo rispettandosi ed essendo per prima cosa fedeli a se stessi, si potrà trovare il giusto confine tra i propri desideri e quelli altrui, tra la propria interiorità e le richieste del mondo esterno e alla fine il tanto sperato equilibrio (così nella vita e come sulla bilancia)!

 

PhotoCredits: Rete8 ; Vareseperibambini ; DonnaClick

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Jessica Stolfi

Psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna, Jessica Stolfi si è laureata in Psicologia e si è poi specializzata in Psicoterapia Relazionale. Dal 2007 esercita l'attività come libera professionista e collabora con enti pubblici e privati come docente di corsi e relatrice di eventi divulgativi. Il suo intervento è rivolto alle problematiche degli adulti, dei bambini, della coppia e della famiglia.