Come si sviluppa il nostro rapporto con il cibo?

Come si sviluppa il nostro rapporto con il cibo?

Spesso ci si chiede dove nasce e si sviluppa il rapporto che si ha con il cibo: perché alcune persone hanno con esso un approccio equilibrato e salutare ed invece altre ne hanno uno ansioso e disfunzionale? Da dove proviene il modello con cui ci relazioniamo con ciò che mangiamo e, in particolare, con quanto e come mangiamo?

La risposta va ricercata all’origine stessa della vita, nel rapporto che si instaura tra noi e chi ci ha nutrito. Questa relazione primaria condiziona innegabilmente il rito ed il ritmo del mangiare, in quanto le modalità e le condizioni in cui si svolge hanno un peso importantissimo nella nostra storia (alimentare e non).

 

Come nasce il nostro rapporto con il cibo?

 

Un neonato è dipendente in tutto dalle sue figure di accudimento ed in particolare dalla madre che, nel primo anno di vita, è la persona con cui dovrebbe avere più contatto, in una fisiologica continuità con i mesi di gestazione passati nel suo grembo.

 

Allattamento al seno

Nei primi mesi di vita il bambino è totalmente dipendente dai genitori, in particolare dalla mamma con cui si instaura da subito un rapporto di sintonia fisica ed emotiva

 

Madre e figlio hanno una vera e propria sintonia fisica, psicologica ed emotiva che li coinvolge in uno scambio reciproco di sensazioni e stati d’animo: possiamo dire che madre e figlio si alimentano emotivamente a vicenda.

Da ciò si spiega il perché le mamme sentono quando il piccolo sta male già da prima che pianga, oppure perché quando la madre è nervosa e agitata, anche il piccolo lo diventa.

Pare logico immaginare cosa può succedere quando una donna che non è tranquilla perché è ansiosa per qualcosa o sta male per un qualche motivo (ha subito un lutto oppure si sente sola nel fare il genitore, o ha problemi di coppia o con la famiglia d’origine), prende in braccio il suo bambino e lo fa mangiare.

Uno dei modi in cui la madre trasmette se stessa al figlio è infatti l’allattamento: sia che lo faccia al seno, sia che lo faccia con il biberon, sta comunicando al bambino come si sente e quello che prova.

Il neonato, sintonizzato emotivamente alla madre, assorbirà insieme al latte, anche una quota della sua ansia, preoccupazione o dolore.

In alcune situazioni, questo momento può diventare difficile e creare tensioni: l’eccessiva dipendenza del figlio può dare fastidio alla madre, probabilmente per la mole di richieste e di attenzioni o perché ella non si aspettava che la genitorialità consistesse in un cambiamento ed un coinvolgimento così profondi.

Alcune donne preferiscono smettere quasi subito l’allattamento al seno e usare il latte artificiale, giustificando tale decisione con il desiderio che il bambino diventi presto più indipendente, ma indagando in profondità, in molti casi si ritrova un senso di inefficienza e la convinzione profonda di non poter dare nulla di buono al bambino, come una sorta di insicurezza di fondo riguardante il non essere una brava madre.

 

Lo stato emotivo della madre si riflette anche sul bambino

 

Sono perciò l’ansia e la scarsa autostima di quest’ultima che muovono la decisione di staccare prematuramente dal seno il bambino.

 

Il pianto del neonatoSe la madre non è tranquilla, ansiosa o insoddisfatta al bambino verranno trasmesse anche queste sensazioni negative insieme al latte materno con cui si nutre

 

Problemi maggiori si possono verificare quando l’assunzione di cibo diventa l’unico contatto e l’unico modo di relazionarsi con il bambino, perciò, non appena piange, gli si dà da mangiare, senza considerare che potrebbe avere solo bisogno di essere tenuto in braccio o essere dondolato.

Se il cibo è sempre la prima soluzione che si adotta per rispondere alle esigenze del bambino, ciò che verrà trasmesso attraverso la ripetizione dell’esperienza, è che il cibo rappresenta la sua unica risorsa. In questi casi, si dimostra al bambino di non riuscire a pensarlo come portatore di un bisogno di diverso tipo ed il figlio è destinato ad adattarsi a questa interpretazione apprendendo che l’unica cosa che lo fa stare meglio è il cibo.

Se non cambia questo tipo di rappresentazione di sè, la persona anche da adulta, ogni volta che si sentirà insoddisfatta nei suoi bisogni, ricorrerà al cibo e riempirà il suo vuoto mangiando.

Con questo articolo non è mia intenzione far sentire in colpa le madri, anzi, l’intento è quello di attirare l’attenzione ancora di più sui loro bisogni e sugli aiuti che possono ricevere in una fase così delicata come quella dei primi mesi di vita del loro bambino e far capire quanto sia importante che stiano bene loro, ancor prima dei figli.

Il post partum è considerato uno dei periodi di maggior fragilità per la donna, poiché è facile che essa stia vivendo un momento di sovraccarico in cui si sente sola, frustrata e triste ed è per questo che le madri vanno sostenute ed aiutate in misura maggiore rispetto ai padri, poiché sono più coinvolte dal punto di vista biologico e, di conseguenza, psicologico ed emotivo.

 

 

Photo Credits: HuffingtonpostBlogmamma , Pianetadonna

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Jessica Stolfi

Psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna, Jessica Stolfi si è laureata in Psicologia e si è poi specializzata in Psicoterapia Relazionale. Dal 2007 esercita l'attività come libera professionista e collabora con enti pubblici e privati come docente di corsi e relatrice di eventi divulgativi. Il suo intervento è rivolto alle problematiche degli adulti, dei bambini, della coppia e della famiglia.