Favismo: cos'è e come affrontarlo

Favismo: cos'è e come affrontarlo

Il favismo è una malattia diffusa soprattutto in Africa, ma spesso è presente anche nelle popolazioni dell’Asia meridionale e del bacino mediterraneo. In Italia l’incidenza più alta si riscontra in Sardegna, dove in alcune zone raggiunge una frequenza pari al 30%. Ma come si caratterizza questa malattia? Scopriamolo insieme!

 

Che cos’è il favismo?

 

Il “Favismo” è un difetto congenito di un enzima presente nei globuli rossi, la glucosio-6-fosfato-deidrogenasi (G6PD), essenziale per la sopravvivenza degli eritrociti e dei processi ossido-riduttivi che in essi si svolgono. L’enzima non è completamente assente ma la sua attività è molto ridotta e va preservata.

In particolare, la G6PD è un enzima del metabolismo del glucosio che favorisce il meccanismo di trasformazione degli zuccheri in energia. Durante questo meccanismo viene prodotto anche il NADPH, fondamentale per aiutare il corpo a mettere in atto i meccanismi a sua disposizione per proteggersi dallo stress ossidativo.

Uno di questi sistemi è il glutatione, la cui funzione si esplica proprio nei confronti dei radicali liberi e altre sostanze ossidanti: cede loro elettroni per renderli stabili e bloccarne l’azione dannosa. Una volta che il glutatione ha svolto questo suo compito viene ripristinato (ridotto) nuovamente alla forma originaria grazie al NADPH.

 

I globuli rossi sono le cellule più sensibili alla carenza di G6F deidrogenasi

I globuli rossi sono le cellule più sensibili alla carenza di glucosio-6-fosfato deidrogenasi

 

Gli individui affetti da favismo, essendo carenti di G6PD, non sono in grado di produrre abbastanza glutatione ridotto da proteggere le cellule dallo stress ossidativo, stress che per i globuli rossi risulta fatale. Infatti, quando il soggetto affetto ingerisce determinate sostanze, il deficit enzimatico può provocare un’improvvisa distruzione dei globuli rossi (emolisi) con conseguente comparsa di anemia emolitica e ittero.

La malattia si trasmette ereditariamente con il cromosoma X: i maschi ne sono colpiti in forma grave mentre le femmine spesso sono solo portatrici o comunque si ammalano di forme più lievi, ma possono ugualmente trasmetterlo ai propri figli. Esistono varie forme di favismo e, in base alla gravità, l’Organizzazione Mondiale della Sanità distingue cinque livelli: i primi due esprimono una deficienza grave (anemia emolitica cronica), il terzo rappresenta una deficienza lieve (emolisi manifestata solo in caso di contatto con sostanze ossidanti), mentre gli ultimi due non comportano nessun effetto clinico pericoloso.

 

Quali sono le cause?

 

Anche se la fisiopatologia è complessa e non ancora completamente nota, pare che la “crisi emolitica” sia attribuibile al contenuto di vicina e isouramile presenti nelle fave (soprattutto in quelle fresche), che una volta idrolizzati nell’intestino, liberano sostanze ossidanti.

 

Come bisogna comportarsi?

 

Fortunatamente, la maggior parte degli effetti rimane asintomatica per tutta la vita. Tuttavia, una certa percentuale di questi può sviluppare la sintomatologia legata al deficit, per cui è necessario seguire alcune misure preventive.

È possibile condurre una vita normale, per chi è affetto da favismo, a patto che non si assumano determinati farmaci (ad esempio sulfamidici, salicilici, chinidina, menadione, ecc…) e alimenti, poiché agiscono da fattori scatenanti, inibendo cioè l’attività della glucosio-6-fosfato-deidrogenasi.

Come si può intuire dalla parola stessa, il favismo comporta la necessità di evitare l’assunzione di fave, qualunque sia il loro modo di preparazione. È quindi consigliabile leggere le etichette nutrizionali di contorni misti di verdure, preparati per minestroni, passati di verdure freschi e/o surgelati, in cui potrebbero essere presenti.

È importante prestare attenzione anche agli altri legumi, in particolare ai piselli; pur non essendoci indicazioni ufficiali, alcuni studi riportano casi di crisi emolitica dovuta all’ingestione di legumi diversi dalle fave, per cui bisogna essere consapevole degli eventuali rischi. Questo perché esistono numerose varianti del deficit, e ognuno può reagire in modo differente dopo l’ingestione.

 

Legumi: meglio evitarli per chi soffre di favismoI legumi, in particolare fave e piselli, sono alimenti da tenere strettamente sott’occhio quando si parla di alimentazione, per un fabico

 

Tempo fa l’agenzia Francese per la Sicurezza Sanitaria degli Alimenti (Afssa) ha elaborato delle raccomandazioni per chi è affetto da favismo, e oltre al divieto di mangiare fave suggerisce di:

• Non consumare bibite contenenti chinina (come ad esempio l’acqua tonica). La concentrazione massima ammissibile di chinino per le bevande è di 70 mg / L.

• Prestare attenzione in caso di assunzione di prodotti naturalmente ricchi di vitamina C o prodotti arricchiti di vitamina C (come alcuni succhi di frutta e integratori alimentari). Anche se la vitamina C rappresenterebbe un rischio per i consumatori che soffrono di deficit di G6PD, non è ancora possibile stabilire una dose soglia.

Altre sostanze ritenute responsabili delle crisi emolitiche sono:

• I solfiti, utilizzati in una grande varietà di alimenti e nei vini come conservanti. Sulle etichette sono sempre specificati, talvolta con le sigle che vanno da E220 a E228.

• Il mentolo, sostanza normalmente metabolizzata dalla G6PD e che può “intasare” il sistema già deficitario. Il mentolo è la sostanza aromatica della menta ed è molto utilizzata dall’industria alimentare (caramelle, dolciumi, preparati per bevande, …) e non solo Evitare di consumarlo potrebbe risultare difficoltoso, vista la sua diffusione.

In conclusione, possiamo dire che con un po’ di attenzione, è possibile quindi conciliare la malattia con lo stile di vita, l’importante è seguire scrupolosamente le limitazioni imposte, evitando i medicinali e gli alimenti considerati a maggiore rischio.

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Silvia Cesarano

Silvia Cesarano

Ho conseguito dapprima la laurea in Dietistica e in seguito mi sono specializzata in Scienze della Nutrizione Umana presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. L'interesse nei confronti di tutto ciò che riguarda il cibo, la corretta alimentazione e la prevenzione è sbocciato intorno alla maggiore età, spingendomi a intraprendere questo percorso. Da piccola, convinta fosse un atto completamente superfluo, una delle mie domande di rito a tavola era "perchè dobbiamo mangiare?": ora potrei fare una lista di motivi per spiegarvelo.