L’angolo delle curiosità: il peso della felicità

L’angolo delle curiosità: il peso della felicità

Il nesso tra peso corporeo ed emozioni ha le fattezze di una relazione bidirezionale: il nostro peso (emblema del nostro aspetto) influenza il nostro umore, così come il nostro stato d’animo influenza a sua volta cosa (e quanto) mangiamo (dunque il nostro peso).

Molte occasioni della vita ci portano ad osservare il legame sottile, ma indissolubile, tra cibo e nostro stato interiore. Pensiamo allo stress: c’è chi reagisce con una fame insaziabile e chi invece per tutta risposta avverte una stretta allo stomaco talmente forte da scatenare una ribellione a qualsiasi sostanza liquida o solida possa essere ingerita.

E anche quando si parla di emozioni e peso corporeo (dunque implicitamente di cibo) ci si ritrova a fare i conti con alcuni stereotipi, che vorrebbero cristallizzare tutta la complessità dell’essere umano in una dimensione statica.

 

Un'alimentazione sana ed equilibrata difende non solo il nostro corpo, ma anche la nostra felicità.

Un’alimentazione sana ed equilibrata difende non solo il nostro corpo, ma anche la nostra felicità.

 

Felicità e peso: abbattere i pregiudizi

Quante volte avremo pensato, sentito dire o forse sperimentato sulla nostra pelle che stare a dieta rende tristi (d’altronde, il cibo è una indiscutibile fonte di soddisfazione e gratificazione). O che essere felici porta ad ingrassare (si sa, ci si rilassa e si presta meno attenzione alla linea…). Si tratta, in realtà di pregiudizi che portano ad una visione estremamente ristretta (e talvolta fuorviante) dell’interazione uomo-cibo. Come se non si potesse mangiare in modo sano e, allo stesso tempo, essere felici. O essere felici ed avere un peso corporeo ottimale.

Forse questa distorsione deriva anche dalla percezione estremamente negativa suscitata dal termine “dieta”. In fondo, la cucina sana richiama alla mente piatti poco saporiti e gustosi – benefici per il corpo, ma non per il palato – e tutto un universo di privazioni e rinunce.

Che questa interpretazione sia frutto di imprecisioni linguistiche (oggi assimiliamo la dieta ad un rigido schema alimentare, sovente volto alla perdita di peso) o della naturale evoluzione dei vocaboli nel corso del tempo (con un particolare significato che prevale sull’altro), fatto sta che la parola “dieta” si è vista derubata di una parte importante del suo senso originario. Le sue molteplici sfaccettature di richiamo ad equilibrio, stile di vita e benessere nella sua globalità sono state dittatorialmente confinate in una accezione che le sta un po’ stretta.

 

Chi lo ha detto che mangiare in modo salutare rende tristi? Una buona dieta, con la D maiuscola, è la base della felicità.Chi lo ha detto che mangiare in modo salutare rende tristi? Una buona dieta, con la D maiuscola, è la base della felicità.

 

D’altro lato, anche l’essere felici non è un costrutto di immediata comprensione. Ognuno ha la sua idea di felicità e il suo personale modo di viverla o desiderarla. E forse siamo sempre più esigenti su questo punto: abbiamo tante, tantissime risorse; possiamo fare cose impensabili fino a solo pochi decenni fa; eppure, ci manca qualcosa.

I dati del World Happiness report, iniziativa portata avanti dal 2012 e che misura la felicità in 156 Paesi del mondo, ci delineano una situazione quasi paradossale in molti contesti. Paesi ricchi materialmente, ma infestati dalla percezione di infelicità.

E mentre il senso comune ci porta a categorizzare le persone attente a ciò che mangiano come più tristi (quanto sapore si perdono!) e coloro che al contrario si concedono “libertà” a tavola come più spensierate (bisogna godersi la vita), beh…i dati vanno controcorrente e ci restituiscono un quadro un po’ diverso della situazione. L’intuitiva proporzionalità diretta tra quantità di cibo e “quantità di felicità” (meno cibo meno felicità, più cibo più felicità) è stata smentita in diverse occasioni.

 

Cibo sano e felicità: accoppiata vincente!

Piacere e felicità non sono la stessa cosa (o meglio non per forza): chi ricerca nel cibo piacere e gratificazione immediata non necessariamente è felice. Anzi, l’eccesso di cibo e di peso sono stati messi più volte in relazione a malessere psicologico.

Una review pubblicata su Frontiers in Psychology ha sottolineato che depressione e disturbi d’ansia sono spesso compagni dell’obesità. Così come un basso tono dell’umore favorisce eccesso di peso e predilezione per “comfort foods“, con conseguente dieta povera di alcuni nutrienti importanti. L’assunzione cronica di cibi ipercalorici a lungo andare aumenta la vulnerabilità a stati affettivi negativi.

Al contrario, la dieta mediterranea – ricca in ortaggi, cereali integrali e generosa di grassi insaturi – è associata ad un migliore benessere psicologico. In uno studio pubblicato sull’American Journal of Public Health è stato osservato che un aumento nell’introduzione di frutta e verdura produce una maggiore percezione di felicità e soddisfazione (il miglioramento nelle scale di valutazione è paragonabile al passaggio da uno stato di disoccupazione ad uno di occupazione…un cambiamento notevole!).

 

Mangiare abitualmente frutta e verdura fa bene al benessere psicologico: la felicità passa anche dalla tavola!Mangiare abitualmente frutta e verdura fa bene al benessere psicologico: la felicità passa anche dalla tavola!

 

L’azione benefica potrebbe essere ricondotta all’aumentata introduzione di alcune vitamine, sostanze antiossidanti (come i carotenoidi, i cui livelli plasmatici sono legati ad ottimismo) o forse a cambiamenti incoraggianti a livello di microbiota.

Anche restare idratati sostiene il nostro umore, per non dimenticare che è più felice chi mangia insieme agli altri: socialità e condivisione sono sempre una molla per il benessere. Come dicono gli inglesi, sharing is caring (la condivisione è cura).

Ma perché può essere così difficile votarsi al cibo sano, nonostante i suoi riconosciuti benefici a più livelli? Purtroppo, uno degli ostacoli al cambiamento di abitudini è dovuto al piacere ritardato innescato dal cibo sano. Mentre snacks e tutta la schiera di cibi definiti “iperpalatabili” procurano soddisfazione immediata, mangiare healthy food, cibo salutare, procura una soddisfazione tardiva.

Per questo non è facile resistere alla tentazione del cibo spazzatura: il nostro corpo impara che la sensazione di piacevolezza legata al consumo di alcuni alimenti è istantanea e tende a farci ripetere l’esperienza positiva. Di ciò dobbiamo ringraziare la dopamina, che va ad agire sul sistema limbico anticipando il potenziale piacere di cibi fritti, pannosi o altamente invitanti.

In presenza di cibo sano, invece, il messaggio di benessere – sempre veicolato dalla dopamina – raggiunge un’altra area del cervello, la corteccia frontale. Diverse tipologie di piaceri, dunque, sono accompagnate dall’attivazione di diverse aree cerebrali. Una più forte attivazione delle aree del piacere ritardato incentiva la ricerca di un’alimentazione sana: abitudini, contesto in cui viviamo e numerosi fattori interni ed esterni influenzano il modo in cui queste aree sono stimolate.

Fiducia in noi stessi, auto-disciplina e costruttive auto-critiche possono permetterci di innescare un circuito virtuoso, facendo sì che il nostro obiettivo non sia mangiare per essere felici, ma essere felici mangiando sano.

Dunque, la felicità non ha prezzo, ma un peso forse sì: non è un numero scritto su una bilancia, ma un peso che ottimizza la funzionalità del nostro corpo, alimentato dal cibo del benessere.

 

 

Photo Credits: InabottleLifestrategiesLastampa

Share this...
Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestEmail this to someoneShare on LinkedInShare on TumblrShare on Google+Print this pageShare on Reddit

Commenti

commenti

Giulia Pieri

Giulia Pieri

Dietista per professione e buongustaia per vocazione, da brava romagnola DOC qual sono adoro il cibo in tutte le sue forme (soprattutto se cucinato da qualcun altro, vista la mia irreparabile goffaggine ai fornelli). Cosa mi piace del mio lavoro? Trovo affascinante la straordinaria complessità di intrecci biologici, psicologici e culturali alla base di un gesto apparentemente tanto semplice come il nutrirsi: il cibo è molto più di un bisogno organico, è un potente evocatore di ricordi, legami affettivi e tradizioni. Solo una visione a tutto tondo del delicato rapporto uomo-cibo, sostenuta dalla voglia instancabile di esplorare e dalla capacità di rinnovare lo stupore di fronte alle scoperte, può garantire il raggiungimento del benessere. Oltre alla dietista, c'è una persona che ama i temporali estivi e i libri di carta, un'appassionata di bische clandestine di giochi di società e un'ascoltatrice ossessiva compulsiva di musica rock (ma che non esita un attimo a sciogliersi alle dolci note di un pianoforte). Il profumo di una torta che aleggia per casa e il calore del mio adorato cane accoccolato ai miei piedi sono per me la cornice della felicità.